Rosaria Talarico

"Natural born journalist"

Siccome di blog non ce n’erano abbastanza…


479433_10201171686277245_2034035667_o… beccatevi pure il mio!

Inauguro questo blog che vegeta online da un po’ di mesi senza che abbia il tempo di aggiornarlo e senza in effetti averlo mai “lanciato” ufficialmente. Poiché con le parole mi ci guadagno il pane, tendo a evitare di scrivere senza essere pagata. Per cui, in attesa che il blog sviluppi contatti a valanga e pubblicità in grado di sfamarmi, non intaserò il web con i miei byte aggiuntivi. In fondo per voi lettori è anche una garanzia… con tutti i grafomani che ci sono in giro!

Anche se sarà poco elegante, esordisco con un’autocelebrazione: ho appena vinto un premio giornalistico e qui sotto potete leggere qualche considerazione in merito (astenetevi dal commentare “vai a lavorare!” perché vi banno senza pietà e senza alcun rispetto della democrazia). Nel mio blog la democrazia c’est moi!  e chi non è d’accordo… peggio per lui!

Una giuria scellerata ha decretato che quest’anno dovessi vincere il primo premio della VII edizione del Premio Maurizio Rampino. Me l’hanno detto una settimana prima della consegna, avvenuta il 3 maggio a Trepuzzi, piccolo comune a 10 chilometri da Lecce. Dopo aver realizzato che non si trattava di uno scherzo, ho dovuto ritelefonare per capire se ero arrivata prima, seconda o terza quando in realtà non me lo avevano proprio detto perché si sarebbe saputo solo la sera della premiazione… come agli Oscar, mica pizza e fichi! Tralascio la descrizione di alcune difficoltà logistiche nel tentativo di raggiungere Lecce e vado dritta al sodo.

Mentre ero in treno (sei ore circa, a momenti arrivavo prima a New York) ne ho approfittato per fare telefonate e organizzare interviste per due articoli che dovevo chiudere entro il weekend. Dopo essere rientrata in albergo dalla cena seguita alla consegna dei premi ho dovuto ritoccare un altro pezzo che invece andava spedito entro l’indomani. Insomma, volevo fare la Vip per un mezzo weekend e invece la cruda realtà è che il precario non può smettere di lavorare MAI.

Il premio è dedicato a Maurizio Rampino, un giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno che amava questo mestiere e voleva farlo in un certo modo, con la schiena dritta come si dice con un pizzico di retorica. Se c’è un premio a suo nome vuol dire che lui non c’è più, per colpa di un infarto che se l’è portato via a 43 anni. Anche lui era precario, ma rispetto a me ha una moglie e un figlio in più. E proprio Gianluca che come hanno detto gli organizzatori “sta crescendo con il premio”, giunto quest’anno alla settima edizione, era incaricato della mia premiazione. È stato emozionante vedere questo ragazzetto compito che si avvicinava al palco con gli occhi bassi e mi consegnava, timido e sorridente, l’attestato.

Avrei voluto dire tante cose, ma parlare in pubblico è da sempre la mia rovina… quindi non so cosa ho farfugliato nel microfono e ciò che volevo dire lo scrivo qui adesso senza essere disturbata da telecamere, flash e applausi. Si è parlato tanto di precari durante la cerimonia, perché a parte Riccardo Iacona premiato alla carriera, tutti gli altri vincitori non hanno contratti stabili e spesso neanche il tesserino da giornalista.

Avrei voluto dire che hanno devastato una generazione (forse anche due o tre) e che se nascesse una nuova Oriana Fallaci sarebbe precaria e probabilmente non diventerebbe mai famosa e non riuscirebbe a prendere neanche il tesserino. Avrei voluto dire che comunque il tesserino non serve proprio a nulla, così come l’ordine dei giornalisti. Avrei voluto dire che continuo a scrivere come una matta e vincere premi nonostante mi abbiano bocciato la prima volta all’esame per diventare professionista.

Avrei voluto dire che ero lì e lo stesso giorno La Stampa aveva pubblicato un mio ennesimo pezzo in cui parlo di lavoro e precarietà (degli altri) perché per un curioso accanimento del destino il lavoro atipico, come dicono i tecnici, è uno degli argomenti di cui scrivo di più. Avrei voluto ringraziare la mia famiglia che mi ha sostenuto in questi anni e mi ha lasciato libera di provare a fare il mestiere che sognavo da piccola e mio padre che è morto prima di vedere che ci ero riuscita.

Avrei voluto ringraziare l’Associazione di giornalismo investigativo con cui collaboro e da cui è partito lo spunto per l’inchiesta sul riciclaggio e il traffico di cash che poi ha vinto il premio.

Avrei voluto ringraziare Luigi Irdi che mi ha insegnato questo mestiere con una pazienza infinita e una grande ironia. E i colleghi e i capi da cui ho imparato qualcosa. E anche quelli che ho mandato serenamente a quel paese perché sottopagata sì, ma sottomessa mai. A questo pensavo nei minuti angosciosi prima che mi dessero la parola (sì, lo so che non c’era nulla per cui essere angosciati ma andatelo a spiegare al mio cuore che batteva a mille!).

Quello che ho detto effettivamente è che con i duemila euro del premio l’avrei sfangata per un paio di mesi perché equivale al pagamento di una cinquantina di articoli in una botta sola… E che ringraziavo la rivista Il Reportage per aver pubblicato il mio lungo articolo e il direttore Riccardo De Gennaro che si è licenziato da Repubblica per tentare questa avventura editoriale. L’ho ringraziato perché invece di dirmi di tagliare il pezzo, alle mie rimostranze mi ha dato una pagina in più (ma i suoi meriti si fermano qui poiché come tutti i direttori è un tiranno consapevole di esserlo).

La sala consiliare era tutta addobbata con piantine di erbe aromatiche e arrivando in treno mi sono riempita gli occhi degli ulivi che punteggiano la pianura pugliese. Così mi è venuto spontaneo pensare che la pianta del giornalismo per crescere bene avrebbe bisogno di un’energica potatura, come ben sanno gli agricoltori: più si tagliano i rami secchi e inutili più la pianta prenderà vigore e crescerà rigogliosa. Ma invece di agire in maniera decisa, nel giornalismo siamo ancora al punto in cui si disquisisce su che forbici usare, dove tagliare e se sia il caso di farlo. Ma se passa la stagione giusta, la potatura poi diventa inutile.

 

Rosaria Talarico

Rosaria Talarico

Giornalista professionista, è laureata in Scienze della Comunicazione presso l'Università La Sapienza di Roma con una tesi sulle tecniche di intervista. Collabora con i maggiori quotidiani e periodici italiani (L'espresso, La Stampa, Il Foglio, Il Corriere delle Comunicazioni, Economy) occupandosi di vari settori. Scrive articoli di economia, finanza, cronaca, politica, esteri, media e tecnologia. Nel 2007 ha vinto la sezione giovani del premio Ucsi (Unione cattolica stampa italiana) con il reportage sul precariato nel mondo della scuola pubblicato dal quotidiano La Stampa. In passato ha lavorato per Milano Finanza (Class Editori) e il settimanale Il Mondo (Rcs), nelle redazioni di Roma e Milano. Nel 2008 ha fatto parte dell'ufficio stampa del Ministero dei Trasporti. In precedenza, sempre nell'ambito degli uffici stampa, ha lavorato per le Camere di commercio italiane all'estero e per la società aeronautica Aérospatiale Matra Lagardère Internationale (ora Eads).

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